Rinite allergica nei bambini: sintomi, diagnosi e trattamento

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Dagli skin prick test alla diagnostica molecolare allergologica, fino all’immunoterapia allergene-specifica

Una patologia frequente, ma ancora sottovalutata

La rinite allergica è una delle patologie croniche più comuni dell’età pediatrica. Nonostante la sua diffusione, viene ancora spesso considerata un disturbo banale o confusa con una successione di comuni raffreddori. In realtà, quando i sintomi persistono o si ripresentano regolarmente, possono interferire con la qualità del sonno, la concentrazione, il rendimento scolastico e la qualità di vita del bambino e della sua famiglia.


La malattia è causata da una risposta immunitaria mediata dalle immunoglobuline di classe E (IgE) nei confronti di sostanze normalmente innocue, definite allergeni. Tra i principali responsabili vi sono pollini, acari della polvere, muffe ed epiteli di animali. In base all’andamento dei sintomi, la rinite può essere intermittente o persistente e presentarsi con intensità lieve oppure moderata-grave.

Come si manifesta la rinite allergica

I sintomi più caratteristici sono starnuti ripetuti, prurito nasale, rinorrea acquosa e ostruzione del naso. Possono associarsi prurito e arrossamento oculare, lacrimazione, tosse, respirazione orale e riduzione del senso dell’olfatto. Nei bambini, alcuni segnali possono essere meno immediati: sonno disturbato, russamento, stanchezza durante il giorno, irritabilità o difficoltà di attenzione.

A differenza del raffreddore di origine virale, la rinite allergica tende a ripresentarsi in circostanze o periodi riconoscibili, non è generalmente accompagnata da febbre e può durare settimane o mesi. La relazione con la stagione pollinica, con la permanenza in ambienti polverosi o con il contatto con animali può fornire indicazioni importanti, ma non è sufficiente da sola per formulare la diagnosi.

Rinite e asma: il concetto di “vie aeree unite”

Naso e bronchi non devono essere considerati compartimenti separati. La rinite allergica si associa frequentemente all’asma e può contribuire a un controllo respiratorio meno soddisfacente. Per questo, durante la valutazione del bambino con rinite è importante ricercare anche tosse ricorrente, respiro sibilante, affanno durante l’attività fisica o sintomi notturni. In presenza di sintomi suggestivi, la funzionalità respiratoria può essere valutata mediante spirometria, generalmente eseguibile a partire dai 5-6 anni di età, purché il bambino sia sufficientemente collaborante.

Il riconoscimento precoce e una gestione adeguata della rinite non servono quindi soltanto ad alleviare il fastidio nasale: fanno parte di una valutazione complessiva delle vie respiratorie e possono migliorare il benessere quotidiano e il controllo delle eventuali comorbidità allergiche.


La diagnosi parte dalla storia clinica

Il primo passaggio è una raccolta accurata della storia clinica: tipologia e durata dei sintomi, periodo di comparsa, ambienti frequentati, possibili esposizioni, familiarità per allergie e risposta a eventuali terapie. La diagnosi di rinite allergica richiede infatti la coerenza tra sintomi compatibili, esposizione a un allergene e dimostrazione di una sensibilizzazione IgE-mediata.

Una positività allergologica isolata non equivale necessariamente a malattia. Il termine sensibilizzazione indica la presenza di IgE verso un allergene; si parla invece di allergia clinicamente rilevante quando quella sensibilizzazione è coerente con i sintomi del paziente e con la sua esposizione. Questa distinzione evita interpretazioni e trattamenti non appropriati.

Skin prick test e IgE specifiche

Gli skin prick test sono esami cutanei rapidi che si eseguono depositando sulla cute piccole quantità di estratti allergenici standardizzati. Attraverso ciascuna goccia viene praticata una puntura dell’epidermide mediante un’apposita lancetta monouso. Il test è considerato valido quando il controllo positivo con istamina determina la comparsa di un pomfo e il controllo negativo con soluzione glicerosalina non provoca reazioni significative. Una reazione con diametro medio del pomfo relativo a quel dato allergene almeno 3 mm maggiore rispetto al controllo negativo indica una sensibilizzazione verso l’allergene esaminato, ma non dimostra, da sola, la presenza di un’allergia clinicamente rilevante. La scelta degli allergeni e l’interpretazione dei risultati devono pertanto essere effettuate dallo specialista alla luce della storia clinica. L’assunzione di farmaci antistaminici può ridurre la risposta cutanea e interferire con l’attendibilità dell’esame. Anche l’applicazione di corticosteroidi topici nella sede scelta per il test può modificarne il risultato. Poiché i tempi di sospensione variano in base al farmaco e alla durata del trattamento, è opportuno concordarli preventivamente con il medico.

Il dosaggio ematico delle IgE specifiche rappresenta un esame complementare agli skin prick test. Può essere particolarmente utile quando i test cutanei non siano eseguibili, per esempio perché non è possibile sospendere temporaneamente una terapia antistaminica, oppure quando risultino di difficile interpretazione, come in presenza di dermatite atopica estesa, orticaria in fase attiva o spiccata reattività cutanea, quale un dermografismo marcato. Anche in questo caso, il risultato di laboratorio non deve essere valutato isolatamente: la concentrazione delle IgE specifiche non riflette necessariamente la gravità dei sintomi e deve essere interpretata alla luce della storia clinica e dell’effettiva esposizione all’allergene.

Che cosa aggiunge la diagnostica molecolare allergologica

I test tradizionali identificano la sensibilizzazione verso una fonte allergenica, per esempio graminacee, betulla o acaro della polvere. La diagnostica molecolare, detta anche component-resolved diagnostics, ricerca invece le IgE rivolte contro singole proteine presenti in quella fonte.

Questa maggiore risoluzione può aiutare a distinguere una sensibilizzazione primaria, cioè diretta verso componenti caratteristiche dell’allergene responsabile, da una positività dovuta a proteine simili condivise da fonti differenti. Il fenomeno, chiamato cross-reattività, può spiegare perché alcuni pazienti risultino positivi a numerosi estratti senza presentare sintomi clinicamente rilevanti per ciascuno di essi.

La diagnostica molecolare può risultare particolarmente informativa nei bambini polisensibilizzati, nei casi in cui anamnesi, test cutanei e IgE verso gli estratti non consentano di individuare con chiarezza l’allergene dominante. Non costituisce tuttavia un esame di screening da richiedere indiscriminatamente, né sostituisce la valutazione clinica: il suo impiego deve rispondere a un quesito diagnostico preciso.

Come viene trattata la rinite allergica

La terapia deve essere adattata all’età, alla frequenza e alla gravità dei sintomi. Le misure ambientali vanno personalizzate in base all’allergene realmente rilevante, evitando interventi generici o difficili da sostenere. I lavaggi nasali con soluzione salina possono essere un supporto semplice e ben tollerato.

Gli antistaminici di seconda generazione, per via orale o nasale, sono utili soprattutto nelle forme lievi o intermittenti. I corticosteroidi intranasali rappresentano il cardine del trattamento delle forme moderate-gravi o persistenti; perché siano efficaci è essenziale una tecnica di somministrazione corretta e un uso regolare secondo prescrizione. Nei casi non controllati possono essere considerate associazioni intranasali tra corticosteroide e antistaminico. La scelta e la durata della terapia devono sempre essere definite dal medico, con controlli periodici dell’efficacia e dell’aderenza.

La scelta dell’immunoterapia allergene-specifica

L’immunoterapia allergene-specifica, indicata anche come ITS o AIT, consiste nella somministrazione controllata e progressiva dell’allergene responsabile della sintomatologia presentata dal bambino, per via sublinguale o sottocutanea. A differenza dei farmaci sintomatici, può modificare la risposta immunologica e produrre benefici che, in pazienti selezionati, possono persistere anche dopo la conclusione del trattamento.

L’ITS viene presa in considerazione in pazienti selezionati con rinite o rinocongiuntivite clinicamente significativa, documentata sensibilizzazione IgE verso uno o più allergeni rilevanti e sintomi non adeguatamente controllati da un trattamento farmacologico appropriato, oppure quando il carico della terapia e l’impatto sulla qualità di vita giustifichino una strategia di lungo periodo. La decisione richiede una valutazione individuale di indicazioni, età, aderenza, sicurezza e rapporto tra benefici attesi e impegno terapeutico.

In questo percorso la diagnostica molecolare allergologica può contribuire a distinguere le sensibilizzazioni genuine dalle cross-reattività e a individuare l’allergene clinicamente più rilevante sul quale basare l’eventuale immunoterapia, soprattutto nei pazienti con molte positività. Non sceglie però autonomamente il trattamento: l’indicazione all’ITS deriva sempre dall’integrazione tra storia clinica, andamento dei sintomi, esposizione, skin prick test, IgE specifiche e, quando utile, profilo molecolare.

Un percorso diagnostico e terapeutico personalizzato

La rinite allergica non si diagnostica attraverso un singolo valore e non si cura con uno schema uguale per tutti. La qualità del percorso dipende dalla capacità di collegare sintomi, esposizioni e risultati dei test, scegliendo il livello di approfondimento realmente necessario.

Dagli skin prick test alle IgE specifiche, fino alla diagnostica molecolare allergologica, gli strumenti oggi disponibili permettono una caratterizzazione sempre più precisa. Questa precisione è particolarmente utile quando si valuta l’immunoterapia allergene-specifica, perché consente di orientare il trattamento verso l’allergene clinicamente rilevante e di costruire una strategia condivisa con il bambino e la famiglia.


Dott. Simone Foti Randazzese, pediatra allergologo e pneumologo
presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia
e dottorando di ricerca presso l’Università di Pavia

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